Aqua

"Il coraggio è come una contrapposizione in termini : esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell'essere pronti a morire." Chesterton

Eccomi

Utente: mastronauta
Nome: maria acqua simi

BLOG DI MATRICE
SOCCIANA
ADERENTE
ALLA SOCIETA'
DEI LIBERI

Aqua Prima di Splinder

scrivimi

msn contact:
semplicementemeri@infinito.it


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Siti Amici


Associazione di siti

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 29 giugno 2009
I pensierini che non lasciano dormire la notte...

Ripenso a certe frasi di Karol WojtyÅ‚a nell’opera teatrale “La bottega dell’Orefice”…

«L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino. Non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo Lui è Eternità. …

La gente si lascia trascinare nell’amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell’assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare di innestare questo amore nell’Amore che ha quella misura.
Non hanno neanche il sospetto di questa necessità…
È una mancanza di umiltà verso quello che dovrebbe essere l’amore nella sua vera essenza.
Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario… l’amore cede sotto il peso della realtà quotidiana.

Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione una esistenza e un amore – come farne un insieme che abbia senso?
Eppoi questo insieme non può mai essere chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri. Dall’altro deve riflettere sempre l’Essere e l’Amore assoluto.
Deve rifletterli almeno in qualche modo.

È questo il senso ultimo della vostra esistenza!»

(Karol WojtyÅ‚a, La Bottega dell’Orefice, pp. 48.81-82)

Postato da: mastronauta a giugno 29, 2009 18:14 | link | commenti (1) |

mercoledì, 24 giugno 2009
Morire a dieci anni

E' arrivata una telefonata, ieri sera: si va tutti al Rosario alle 21. C'è da accompagnare un'amica che studia giurisprudenza, perché il fratello è stato ucciso da un camion a soli dieci anni.

Morire a dieci anni è una cosa che a dirla trema il sangue nei polsi. Morire a dieci anni girando in bicicletta, per la distrazione di un camion che non ti ha visto è ancora più terribile. Eppure. Non lo sappiamo, noi, qui. Non lo sappiamo il dolore dei tuoi, di tua sorella, dei tuoi amici che ti hanno visto correre un passo più avanti.

Ci immaginiamo in queste ore di acuto senso di vertigine il silenzio delle montagne che vegliavano su di te, in quegli istanti. Perché girare in bicicletta dalle parti di Lecco significa giocare sotto lo sguardo vigile del Resegone e della Grigna - che è un po' come ruzzare sulle ginocchia del buon Dio.

E, piccolo amico, siamo certi che il buon Dio ti ha preso tra le sue braccia. Perché certe vite son troppo belle ai suoi occhi, e ti ha voluto con sé. Non capiamo, noi, persi tra le nostre cose di quaggiù.

Ci saranno giorni di incontenibile sofferenza e giorni in cui tutto sarà ricomposto perché, vedi, le montagne insegnano che il Vero veglia.

Postato da: mastronauta a giugno 24, 2009 07:56 | link | commenti (1) |

martedì, 23 giugno 2009
Elezioni

Oggi la buona notizia è che Cremona è libera. Per la prima volta, da un bel po'.

Postato da: mastronauta a giugno 23, 2009 08:37 | link | commenti (3) |

lunedì, 22 giugno 2009
Perché adoriamo Annalena

20 giugno 2009

Dear Lucy, due volte la settimana vado a Londra per lavoro, due ore di treno a tratta. Qual è il miglior uso del mio tempo sul treno? Dovrei vederlo come un’estensione dell’ufficio e continuare a lavorare? O usarlo per le cose mondane ma importanti come catalogare le e-mail? Dovrei migliorare il mio curriculum imparando lo spagnolo? O guardarmi The Wire? La mia famiglia pensa che io sia una drogata di lavoro.
Consulente, donna, 44 anni, lettera al Financial Times

L’uso del tempo, più di ogni altra cosa (oltre alle macchie sui vestiti: di latte, di pizza, di bolle di sapone, di lecca lecca insabbiato) spiega cos’è cambiato da quando nel fare la valigia per il mare si dimenticano a casa tutti i bikini e le creme ma non gli stivali da pioggia numero 24, la cuffia di lana newborn e il dvd dei Tre porcellini. C’era stato, prima, quel giuramento con le amiche “Non cambierà niente”, c’è stata, dopo, la certezza che non c’era più tempo per niente e nessuno che non fosse alto molto meno di un metro. Invece no, si può fare tutto, basta moltiplicarsi (ma non si può avere anche una faccia decente, quindi quando l’amica sincera dirà che si intravedono sulla faccia i segni delle ruote del tir che ti è passato sopra, risponderle carinamente: invece tu stai benissimo, il botox è la grande conquista del post femminismo). Ad esempio: si possono leggere i giornali poco dopo l’alba, davanti al mare (grande scoperta legata alla maternità: la gente è viva e respira, certi perfino si muovono, anche prima delle dieci del mattino), mentre con un piede si dondola la carrozzina, con la bocca si gonfiano i bracciali di Barbie, con una delle diciotto mani si consola la piccola che è stata presa a spintoni da un maschio abbronzatissimo di cinque anni con il giubbotto salvagente di Batman (“mamma, ma io lo amo”), con un orecchio si telefona in città per ricordare al marito di portare il maiale di gomma che grugnisce, i fogli delle vaccinazioni e un paio di libri seri per darsi un tono e per non sfigurare eccessivamente con la baby sitter bionda (lei legge in inglese “Cigni selvatici” di Jung Chang, io controllo su Chi le cosce di Laura Pausini), con l’altro orecchio si ascoltano i commenti da spiaggia sulle ultime drammatiche vicende di Berlusconi (“vergogna”, “dicono che quando si viene operati alla prostata si diventa maniaci”, “che figura in Europa”, “le baresi comunque sono le più zoccole in assoluto”, “si deve dimettere”, “se si è trombato anche Belen giuro che lo voto per ammirazione”). La lettura, per essere produttiva, deve essere partecipata e consapevole: bisogna solidarizzare, oltre che con le magnifiche donne iraniane, con Margherita Agnelli, furiosa perché le hanno liquidato solo settecento o mille milioni di euro tenendole meschinamente nascosti quattro posti barca ad Antibes. Tutto questo con un occhio. L’altro, oltre a controllare che la piccola non venga annegata dal ragazzino vestito da Batman, riuscirà, se ben allenato, a valutare non solo la tenuta estetica e le facce serene da psicofarmaci delle altre madri, ma anche il vestito più carino tra quelli in mano al venditore ambulante, persino a dare giudizi da bovarismo balneare sui modesti muscoli del bagnino, a comunicarli via sms (con la diciannovesima mano) all’amica lontana. Si può fare tutto, tranne dormire e tranne impedire che un’amichetta della bimba, in quell’istante di innocente evasione, si impossessi del telefonino, unico collegamento con il mondo della madre moltiplicata, e lo immerga gioiosamente in mare insieme con il cagnetto gonfiabile.

da Annalena

Postato da: mastronauta a giugno 22, 2009 11:26 | link | commenti |

venerdì, 12 giugno 2009
Nascere in casa (cronachette locali)

http://www.ilfoglio.it/cronachettelocali/55

Postato da: mastronauta a giugno 12, 2009 09:55 | link | commenti (10) |
aqua potabile

venerdì, 05 giugno 2009
Meotti spiega il discorso di Obama a Il Cairo

Solenne, grandioso, eccitante, roboante, epocale. Sì, ma in sostanza è mea culpa enaïveté. E’ doloroso vedere un presidente americano, per giunta il primo con geni paraislamici, inginocchiarsi di fronte alle masse arabe. Obama al Cairo non ha riservato una sola parola sul jihad, sul suprematismo islamico, sulla sottomissione dei non musulmani, sulla cultura dell’odio verso i diversi, i gay, gli ebrei, le donne, i cristiani, i pagani, gli yazidi, gli atei, gli scismatici, i miscredenti, gli apostati. L’idea di Obama per cui i jihadisti sono “una piccola ma potente minoranza” è un dogma ormai universale fin troppo facile da ripetere. Ci si aspetta di meglio da un presidente degli Stati Uniti. La litania sugli insediamenti israeliani, insufflata di equivalenza morale, non tiene conto del regno di terrore e morte instaurato ogni volta che Israele si è ritirato da un territorio (Libano 2000, Gaza 2005). Perfino tragica l’idea di Obama sulla responsabilità dell’occidente nell’umiliazione dei musulmani (Kosovo, Bosnia, Kuwait, Afghanistan, Iraq, l'America ha liberato dai tiranni decine di milioni di musulmani, perché non una parola?). Non una parola neanche sulla sharia e sulla dignità lesa di milioni di esseri umani, a cominciare dal clitoride delle donne. Obama parla dei tremila americani “innocenti” uccisi una mattina di settembre di otto anni fa. Ma per una parte della umma a cui si rivolgeva dalla bellissima università del Cairo quelli non erano affatto “innocenti”, ma infedeli da abbattere. E’ fondamentale, in quanto Obama si appella ai musulmani per fermare la strage seriale e infinita di innocenti. Il presidente parla di “giustizia” e “libertà” a persone che hanno un concetto leggermente diverso dal suo. Forse la differenza sta nel fatto che i discorsi di Bush erano ispirati da Bernard Lewis e Fouad Ajami, quelli di Obama da John Esposito e Dalia Mogahed. Durante il discorso una donna grida “we love you”. Obama risponde: “Grazie”. Non c’è altro da aggiungere.

di Giulio Meotti

Postato da: mastronauta a giugno 05, 2009 12:20 | link | commenti (6) |

domenica, 19 aprile 2009
La noia secondo Che Guevara

di Andrea Romano (www.andrearomano.ilcannocchiale.it)

Forse sto finalmente invecchiando, perché mai avrei pensato che la figura di Che Guevara arrivasse ad annoiarmi tanto. Che potesse emozionarmi l’ho pensato per qualche settimana nell’adolescenza politicamente primordiale, prima che l’incontro con il bordighismo (durato lo spazio decisivo di un’estate del ginnasio) facesse piazza pulita delle “mitologie piccolo-borghesi del terzomondismo”. Che potesse irritarmi l’ho pensato un po’ più a lungo, ma sempre guardando divertito ai percorsi di un’icona del marketing globale ormai svuotata di senso politico come una qualunque Paris Hilton. Ma solo pochi giorni fa ho capito quanto potesse essere coperta di noia la storia del Comandante dotato talvolta di “querida presencia” e talaltra di “clara, entrañable transparencia”.

È accaduto verso la fine della seconda e più terribile ora del film di Steven Soderbergh (“Che l’Argentino”), quando l’ennesimo flash forward torna a New York nel 1964 dopo averci mostrato l’ennesima schioppettata guerrigliera tra le frasche della Sierra Madre. È lì, in una pausa dei lavori dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, che Guevara parla di amore e rivoluzione. Perché alla giornalista statunitense che gli chiede quale sia “la qualità più importante di un rivoluzionario” il Che risponde prima con uno sguardo che promette sfracelli. Poi prendendosi per intero la pausa più lunga prevista dal canone cinematografico. E infine scandendo bene: “L’amore”.

È in quel preciso momento che ci si sente autorizzati ad andarsene dal cinema prima della fine. Non certo per spirito di rivolta politica o per insofferenza verso il sentimentalismo, ma proprio perché è l’ultima dose di tedio che viene inflitta da un film pallosissimo. Dove lo schema narrativo prevede un ciclo composto da un perfetto disegno in fasi. La prima: il Che marcia alla testa della sua colonna aprendosi un varco nella fitta vegetazione della Sierra, incurante dei violenti colpi di tosse provocatigli dall’asma. La seconda: il Che addestra le sue truppe all’uso del moschetto, in alternativa insegna a leggere ad un contadino analfabeta o spiega il senso di un vocabolo particolarmente ostico ad un guerrigliero poco avvezzo alla lingua letteraria. La terza: il Che organizza un’imboscata contro le truppe di Batista o talvolta subisce un attacco dalle suddette truppe, ben riconoscibili per l’elmetto metallico di contro ai più confusi bardamenti dei rivoluzionari. La quarta: il Che incontra segretamente Fidel Castro che gli ordina di far questo o quello, sempre gesticolando più del necessario, mentre tra i due si insinuano dubbi e incomprensioni vieppiù crescenti. Di questo passo, e ripetendo questa scansione per più volte, Soderbergh infligge allo spettatore un film che vorrebbe evitare sia il tono epico che l’intento dissacratorio finendo solo per accomodarsi su un registro di piattezza senza scampo.

L’unico sollievo viene dalla recitazione dei protagonisti, che distraggono lo spettatore permettendogli talvolta di pensare ad altro. Camilo Cienfuegos, l’altra figura cristica della rivoluzione, lo stratega militare disperso in mare pochi mesi dopo la conquista del potere, è fatto somigliare ad un rasta a torso nudo che ci si immagina abilissimo nel rollaggio di spinelli oltre che nell’uso delle armi. Fidel Castro, forse per la già ricordata gesticolazione in eccesso, appare macchiettistico e sempre intento a rivolgersi all’interlocutore anche più ordinario con tono tribunizio. Il grande Benicio Del Toro è per l’appunto eccezionale nei panni umanizzati del Che e ci si potrebbe accontentare di lui. Se non fosse per quanto ho sentito dire a voce troppo alta da una spettatrice, giovane ed evidentemente guevarista, qualche fila più avanti: “E’ la prima volta che hanno scelto un attore più brutto del suo personaggio”. Lamento militante e solidamente fondato. Nel senso che Del Toro ha una pancia davvero esagerata per la dura vita del rivoluzionario caraibico ed è bello quanto basta solo per un breve momento. Quando il Che incontra per la prima volta Fidel a casa di amici, in Messico nel 1955 e davanti ad un piatto di spaghetti, per porre le basi del percorso rivoluzionario. Già in quella prima scena dovevo insospettirmi. Non solo per gli spaghetti messicani, ma soprattutto per il tono con cui il giovane Fidel istruisce il giovane Guevara sui più minuti dettagli dell’interscambio commerciale tra Cuba e Stati Uniti. Una noia piccola ma profetica a cui non ho saputo ribellarmi per tempo, finendo per sorbirmi due ore e passa di noia guevarista.


Postato da: mastronauta a aprile 19, 2009 14:50 | link | commenti (4) |
rassegna stampa, attualità, letture consigliate, frecce

Giano Accame

Il ricordo di Farina sull'inviato del Secolo d'Italia.

Postato da: mastronauta a aprile 19, 2009 11:33 | link | commenti |
politica, rassegna stampa, attualità, frecce

sabato, 11 aprile 2009
Il pudore del dolore, di Toni Capuozzo

Non sono tipo da funerali, io. Mi manca la voce adatta, la faccia di circostanza. Con gli anni, faccio fatica a resistere alla commozione, come succede ai vecchi. .E così sono andato malvolentieri a Coppito, nella grande piazza d’armi della Scuola della Guardia di Finanza. So che i rituali aiutano a mettere un punto fermo, a ritrovare un ordine nelle cose, nelle vie e nelle morti quando quest’ordine è sconvolto. Ma stavolta, forse, è stato un po’ diverso. Forse quella distesa di bare, tra le quali le uniche che sembravano mantenere una loro individualità irripetibile erano quelle bianche dei bambini. Forse quel coro silenzioso di familiari. Forse il fatto che lo Stato fosse tutto lì, come una cosa tangibile, ma quasi in punta di piedi, un po’ a lato, e fossero uno Stato, un governo, un’opposizione, e istituzioni locali che finora hanno fatto alacremente la loro parte. Forse il fatto che l’arcivescovo abbia chiamato per nome alcune delle vittime. Sta di fatto che la cerimonia funebre nonostante fosse quasi schiacciata da quei numeri troppo grandi, è riuscita a mantenere un suo carattere intimo, nel quale la solennità non sopraffaceva il carattere provinciale, e spesso campestre di un addio difficile. Ho girato alla larga dai feretri bianchi, e distolto lo sguardo dai peluche e dai giocattoli, ma ho avuto un nodo in gola quando ho visto stretti nelle mani come un attrezzo da lavoro un mazzo di fiori che non aveva nulla dell’ufficialità delle corone, ma che era stato composto a fatica, in una città in cui non si trovano neanche le sigarette. Mi sono vergognato dei miei abiti ormai veterani di fango e polvere, quando ho visto gente che non ha niente vestita come si deve a un funerale, con l’abito migliore, quello dell’addio. E a conferire questo carattere intimo era, ancora più che il dolore rappreso dei familiari, la distesa di persone qualunque, un popolo di sopravvissuti, ma non piegato. Ho seguito le omelie, e i cori, e malvolentieri la chitarra che invece forse non sarebbe dispiaciuta ai tanti giovani racchiusi in quei feretri, ma ho trovato che il momento più vero, più alto, più insopportabile della cerimonia fosse quella benedizione dei feretri, interminabile, che accomunava vite tanto diverse. Qualcuno, al microfono, ha ricordato quella di Marco, il vigile del fuoco venuto da Bergamo a morire qui. Avrebbero potuto ricordare qualunque di quelle vite, da Luca il ragazzo padre di vent’anni al giocatore di rugby, dal bambino albanese alle coppie morte abbracciate. Perché u terremoto è come un ponte di San Luis Rey, che crolla e fa incrociare i destini più diversi, come in una Pompei che ferma tutto, lo inchioda in pochi secondi definitivi. Come se fosse uno spaccato (posso usarla, qui, questa parola ?) di una società, tra le duecento e dieci bare ce n’erano sei di vite musulmane. Pregarle nella loro fede è stata la miglior risposta a quei siti fondamentalisti che hanno festeggiato il sisma come una vendetta di Dio. Alla fine non è stata una di quelle cerimonie ch enon vedi l’ora finiscano e anzi la gente indugiava a prestarsi al congedo ultimo, incerta sul piazzale, e aiutata dalla difficoltà a districarsi di tanti cortei funebri diversi, in quell’ingorgo di dolore. Ma quando ho visto un gruppetto di suore, nella fiumana che si allontanava, sorridere non ho potuto fare a meno di ringraziarle, usando un termine che mi è improprio: grazie per la vostra letizia, sobria e per niente cardinalizia. Perché non avevo altre parole per esprimere riconoscenza per avermi risparmiato un addio di retorica e pompa, di dolore sbandierato ed eterne promesse. Domani è Pasqua. Non dico resurrezione, mi accontento di rinascita, ecco i miei auguri, grato a questi abruzzesi che avranno pure sfornato D’Annunzio ma anche John Fante, e non applaudono ai funerali.

Postato da: mastronauta a aprile 11, 2009 12:43 | link | commenti (4) |

mercoledì, 08 aprile 2009
Abruzzo

Coraggio Italia

Postato da: mastronauta a aprile 08, 2009 11:39 | link | commenti |