"Il coraggio è come una contrapposizione in termini : esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell'essere pronti a morire." Chesterton
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Ripenso a certe frasi di Karol WojtyÅ‚a nell’opera teatrale “La bottega dell’Orefice”…
«L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino. Non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo Lui è Eternità. …
La gente si lascia trascinare nell’amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell’assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare di innestare questo amore nell’Amore che ha quella misura.
Non hanno neanche il sospetto di questa necessità…
È una mancanza di umiltà verso quello che dovrebbe essere l’amore nella sua vera essenza.
Questo pericolo diminuisce se ne siamo coscienti. In caso contrario… l’amore cede sotto il peso della realtà quotidiana.
Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione una esistenza e un amore – come farne un insieme che abbia senso?
Eppoi questo insieme non può mai essere chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri. Dall’altro deve riflettere sempre l’Essere e l’Amore assoluto.
Deve rifletterli almeno in qualche modo.
È questo il senso ultimo della vostra esistenza!»
(Karol WojtyÅ‚a, La Bottega dell’Orefice, pp. 48.81-82)
E' arrivata una telefonata, ieri sera: si va tutti al Rosario alle 21. C'è da accompagnare un'amica che studia giurisprudenza, perché il fratello è stato ucciso da un camion a soli dieci anni.
Morire a dieci anni è una cosa che a dirla trema il sangue nei polsi. Morire a dieci anni girando in bicicletta, per la distrazione di un camion che non ti ha visto è ancora più terribile. Eppure. Non lo sappiamo, noi, qui. Non lo sappiamo il dolore dei tuoi, di tua sorella, dei tuoi amici che ti hanno visto correre un passo più avanti.
Ci immaginiamo in queste ore di acuto senso di vertigine il silenzio delle montagne che vegliavano su di te, in quegli istanti. Perché girare in bicicletta dalle parti di Lecco significa giocare sotto lo sguardo vigile del Resegone e della Grigna - che è un po' come ruzzare sulle ginocchia del buon Dio.
E, piccolo amico, siamo certi che il buon Dio ti ha preso tra le sue braccia. Perché certe vite son troppo belle ai suoi occhi, e ti ha voluto con sé. Non capiamo, noi, persi tra le nostre cose di quaggiù.
Ci saranno giorni di incontenibile sofferenza e giorni in cui tutto sarà ricomposto perché, vedi, le montagne insegnano che il Vero veglia.
Oggi la buona notizia è che Cremona è libera. Per la prima volta, da un bel po'.
Dear Lucy, due volte la settimana vado a Londra per lavoro, due ore di treno a tratta. Qual è il miglior uso del mio tempo sul treno? Dovrei vederlo come un’estensione dell’ufficio e continuare a lavorare? O usarlo per le cose mondane ma importanti come catalogare le e-mail? Dovrei migliorare il mio curriculum imparando lo spagnolo? O guardarmi The Wire? La mia famiglia pensa che io sia una drogata di lavoro.
Consulente, donna, 44 anni, lettera al Financial Times
L’uso del tempo, più di ogni altra cosa (oltre alle macchie sui vestiti: di latte, di pizza, di bolle di sapone, di lecca lecca insabbiato) spiega cos’è cambiato da quando nel fare la valigia per il mare si dimenticano a casa tutti i bikini e le creme ma non gli stivali da pioggia numero 24, la cuffia di lana newborn e il dvd dei Tre porcellini. C’era stato, prima, quel giuramento con le amiche “Non cambierà niente”, c’è stata, dopo, la certezza che non c’era più tempo per niente e nessuno che non fosse alto molto meno di un metro. Invece no, si può fare tutto, basta moltiplicarsi (ma non si può avere anche una faccia decente, quindi quando l’amica sincera dirà che si intravedono sulla faccia i segni delle ruote del tir che ti è passato sopra, risponderle carinamente: invece tu stai benissimo, il botox è la grande conquista del post femminismo). Ad esempio: si possono leggere i giornali poco dopo l’alba, davanti al mare (grande scoperta legata alla maternità: la gente è viva e respira, certi perfino si muovono, anche prima delle dieci del mattino), mentre con un piede si dondola la carrozzina, con la bocca si gonfiano i bracciali di Barbie, con una delle diciotto mani si consola la piccola che è stata presa a spintoni da un maschio abbronzatissimo di cinque anni con il giubbotto salvagente di Batman (“mamma, ma io lo amo”), con un orecchio si telefona in città per ricordare al marito di portare il maiale di gomma che grugnisce, i fogli delle vaccinazioni e un paio di libri seri per darsi un tono e per non sfigurare eccessivamente con la baby sitter bionda (lei legge in inglese “Cigni selvatici” di Jung Chang, io controllo su Chi le cosce di Laura Pausini), con l’altro orecchio si ascoltano i commenti da spiaggia sulle ultime drammatiche vicende di Berlusconi (“vergogna”, “dicono che quando si viene operati alla prostata si diventa maniaci”, “che figura in Europa”, “le baresi comunque sono le più zoccole in assoluto”, “si deve dimettere”, “se si è trombato anche Belen giuro che lo voto per ammirazione”). La lettura, per essere produttiva, deve essere partecipata e consapevole: bisogna solidarizzare, oltre che con le magnifiche donne iraniane, con Margherita Agnelli, furiosa perché le hanno liquidato solo settecento o mille milioni di euro tenendole meschinamente nascosti quattro posti barca ad Antibes. Tutto questo con un occhio. L’altro, oltre a controllare che la piccola non venga annegata dal ragazzino vestito da Batman, riuscirà, se ben allenato, a valutare non solo la tenuta estetica e le facce serene da psicofarmaci delle altre madri, ma anche il vestito più carino tra quelli in mano al venditore ambulante, persino a dare giudizi da bovarismo balneare sui modesti muscoli del bagnino, a comunicarli via sms (con la diciannovesima mano) all’amica lontana. Si può fare tutto, tranne dormire e tranne impedire che un’amichetta della bimba, in quell’istante di innocente evasione, si impossessi del telefonino, unico collegamento con il mondo della madre moltiplicata, e lo immerga gioiosamente in mare insieme con il cagnetto gonfiabile.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
http://www.ilfoglio.it/cronachettelocali/55
Solenne, grandioso, eccitante, roboante, epocale. Sì, ma in sostanza è mea culpa enaïveté. E’ doloroso vedere un presidente americano, per giunta il primo con geni paraislamici, inginocchiarsi di fronte alle masse arabe. Obama al Cairo non ha riservato una sola parola sul jihad, sul suprematismo islamico, sulla sottomissione dei non musulmani, sulla cultura dell’odio verso i diversi, i gay, gli ebrei, le donne, i cristiani, i pagani, gli yazidi, gli atei, gli scismatici, i miscredenti, gli apostati. L’idea di Obama per cui i jihadisti sono “una piccola ma potente minoranza” è un dogma ormai universale fin troppo facile da ripetere. Ci si aspetta di meglio da un presidente degli Stati Uniti. La litania sugli insediamenti israeliani, insufflata di equivalenza morale, non tiene conto del regno di terrore e morte instaurato ogni volta che Israele si è ritirato da un territorio (Libano 2000, Gaza 2005). Perfino tragica l’idea di Obama sulla responsabilità dell’occidente nell’umiliazione dei musulmani (Kosovo, Bosnia, Kuwait, Afghanistan, Iraq, l'America ha liberato dai tiranni decine di milioni di musulmani, perché non una parola?). Non una parola neanche sulla sharia e sulla dignità lesa di milioni di esseri umani, a cominciare dal clitoride delle donne. Obama parla dei tremila americani “innocenti” uccisi una mattina di settembre di otto anni fa. Ma per una parte della umma a cui si rivolgeva dalla bellissima università del Cairo quelli non erano affatto “innocenti”, ma infedeli da abbattere. E’ fondamentale, in quanto Obama si appella ai musulmani per fermare la strage seriale e infinita di innocenti. Il presidente parla di “giustizia” e “libertà” a persone che hanno un concetto leggermente diverso dal suo. Forse la differenza sta nel fatto che i discorsi di Bush erano ispirati da Bernard Lewis e Fouad Ajami, quelli di Obama da John Esposito e Dalia Mogahed. Durante il discorso una donna grida “we love you”. Obama risponde: “Grazie”. Non c’è altro da aggiungere.
di Andrea Romano (www.andrearomano.ilcannocchiale.it)
Il ricordo di Farina sull'inviato del Secolo d'Italia.
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